L’ex direttore sportivo dell’Hellas Verona, Giovanni Galli, ha parlato al Corriere Fiorentino per commentare il momento difficile del calcio italiano dopo la mancata qualificazione della Nazionale al Mondiale:
Galli: “Le dimissioni di Gravina erano inevitabili”
“Appena finita la partita con la Bosnia ho mandato un messaggio a Maldini: “Ciao Paolo preparati perché è giunta l’ora”. Ero da solo a casa a guardarmi la partita, la delusione è stata enorme perché al Mondiale, pur con tutti i nostri difetti, potevamo andarci eccome. Sentivo in telecronaca che qualcuno diceva “la Bosnia è più forte”: ma allora com’è che i loro giocatori prendono 300 mila euro a stagione e i nostri sono strapagati?”.
DIMISSIONI GRAVINA. “Erano inevitabili. Personalmente era gia qualche anno che dicevo che un cambiamento sarebbe stato da prendere in considerazione. Per le persone, ma soprattutto per le riforme”.
SOLUZIONI. “Il lavoro da fare è enorme, non c’è una sola cosa che risolve i problemi. A livello professionistico dobbiamo trovare la strada per tenere in campo più italiani possibile, a livello di base servirebbe stravolgere la mentalità che c’è adesso: gli istruttori devono aiutare i ragazzi a crescere e a far maturare il talento, mentre oggi sono gli allenatori che sfruttano i ragazzi per ottenere i risultati e fare carriera. La tattica e la corsa nei settori giovanili sono al centro di tutto. Ne parlavo con Del Piero tempo fa: il talento ormai è quasi un accessorio. lo invece penso che a livello di scuola calcio bisogna esaltare il controllo di palla, il passaggio, il divertimento. E questo senza ingabbiare i bambini in ruoli specifici, anche perché cambiare ruolo a quell’età permette di sviluppare meglio il senso del gioco. Quando ero responsabile del settore giovanile dell’Affrico per rifondare il club cominciai proprio scegliendo istruttori di calcio qualificati”.
MALDINI. “Ha competenze manageriali e ha provato sulla propria pelle cosa significhi giocare ad alti livelli. Su quella poltrona ci deve stare un’eccellenza, non un amico dell’amico o un manager figlio della politica”.
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