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Zigoni: “Rifiutai l’Inter per mantenere la parola data ai tifosi del Verona”

L’ex attaccante gialloblù, raggiunto da La Gazzetta dello Sport, ha parlato di alcuni aneddoti della propria esperienza scaligera

La pistola, la pelliccia e una parola data che al tempo valeva anche più di una pioggia di denaro: l’avventura di Gianfranco Zigoni con l’Hellas è senz’altro stata ricca di aneddoti a dir poco singolari e interessanti.

Raggiunto da La Gazzetta dello Sport, l’ex attaccante ha quindi potuto raccontarne qualcuno: di seguito, dunque, le sue principali dichiarazioni.

L’ARRIVO A VERONA. «Alla Roma mister Helenio Herrera mi apprezzava, ma si invaghì di Orazi e io mi ritrovai all’Hellas come pedina di scambio. Ottimo lo stesso, passai da un paradiso all’altro. Per mantenere la promessa fatta ai tifosi gialloblù rifiutai anche l’Inter, la squadra per cui tifo da bambino. Offrirono ottocento milioni a Garonzi e più di settanta a me, quando ne prendevo forse venti, ma avevo dato la mia parola. Con il Verona segnai il mio gol più bello: in un derby contro il Vicenza, presi palla a centrocampo, scartai un po’ di gente e misi la palla nel “sette”. Poi me ne andai, che altro potevo fare? ».

PISTOLE, PELLICCE E… DIVINITÀ. «Il più grande errore della mia carriera è stata la pistola, ricordo che a Veronello sparavo ai lampioni perché mi annoiavo. Pazzesco… La pelliccia? Persa in un incidente sull’autostrada. Ferite varie, sangue e la pelliccia di lupo si macchiò: la buttai via all’ospedale di Mestre. Vorrei dire una cosa a Ibrahimovic: insiste troppo sul fatto di essere Dio. Zlatan, ricordati che io sono dio Zigo»

LA POLITICA. «Io vorrei un Che Guevara in ogni Paese. Come concilio la cosa con la Curva del Verona? Tanti ultrà dell’Hellas vengono a trovarmi, mangiamo e beviamo e mi dicono: “Zigo, ci va bene tutto quello che fai, tu sei Zigo”. Racconto un episodio. Anni fa i tifosi dell’Hellas bersagliano un giocatore di colore, mi chiama la sindaca e mi invita allo stadio per una partita. Arriviamo con un pullmino, sulla fiancata c’è scritto: “Verona non è razzista”. Distribuiamo magliette con una mia frase contro le discriminazioni. Si avvicinano quattro ragazzotti pelati, tatuati e massicci: “Ma come Zigo, anche tu con questa roba?”. E io: “Dai su, che cosa cambia se uno ha la pelle di un altro colore?”. Loro stanno buoni, noi saliamo in tribuna. Quando torniamo al parcheggio, sulla fiancata della macchina noto una grande X sul “non” della scritta e mi scappa da ridere».

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