ESC. CH – Venturati: “Questo Verona ha la mentalità giusta”

Per due anni "Giambi" è stato preparatore del Verona. Raggiunto dai nostri microfoni, ci ha detto la propria sull'Hellas di ieri e di oggi

Giambattista Venturati, preparatore atletico che per anni ha affiancato Prandelli e che ha nel curriculum esperienze con Verona, Bari, Roma, Fiorentina, Galatasaray e Nazionale Italiana, oggi insegna al corso per allenatori in FIGC (che ringraziamo).

Raggiunto dai nostri microfoni per parlare della corsa salvezza dell’Hellas e non solo, Giambi ha anche avuto modo di ripercorrere la propria carriera e di parlare della città, della propria vita attuale e anche di raccontarci qualche curioso aneddoto.

Di seguito, dunque, la nostra intervista esclusiva a Venturati.

Giambi, sei diventato l’uomo del momento: Daniele De Rossi ti ha citato nella sua conferenza stampa per l’Effetto Florida, ma di cosa si tratta?
«Mi hanno scritto tutti per quella citazione, anche persone che non sentivo da anni, e non so se sia un bene o un male (ride ndr). Daniele è stato un mio giocatore quando, con Prandelli, allenavamo la Roma, ed è stato un mio alunno per il patentino da tecnico, ma è anche un grande amico. È schietto come me. La Florida è il luogo dove gli anziani americani vanno a trascorrere la vecchiaia: basta ripetere “Florida” più volte per assumere atteggiamenti, del tutto inconsci, che caratterizzano l’anzianità. È un meccanismo mentale. Non me lo sono inventato io, esiste, è scritto nei libri di psicologia».

Ci credo! Ma con il calcio cosa c’entra?
«La psicologia, la tecnica e la preparazione fisica non sono compartimenti stagni. Ai miei ragazzi, e ai futuri allenatori che preparo, porto sempre questi esempi. Se un allenatore continua a ripetere che la squadra è stanca, anche se non lo è, lo diventa».

Da preparatore atletico, le squadre sono stanche perché giocano troppo?
«Il calcio non è solo sport, ormai è tanto spettacolo e in quanto tale ha la necessità di sempre più appuntamenti per intrattenere il pubblico. Dal ’98, anno del mio arrivo a Verona, al 2020, quando ho deciso di lasciare scarpini e cronometro, il calcio è cambiato tanto. Si gioca molto e la preparazione è diversa: una volta si faceva il carico di allenamento in estate e poi si diluiva, ora si è sempre sotto!».

Perché la decisione di terminare la carriera?
«Sono andato in pensione e con quella mi si è spento il fuoco sacro, non mi sentivo più al massimo della forma. Mi sono però accorto che avrei potuto dare il massimo attraverso l’insegnamento, la scrittura di libri. Non scrivo solo di calcio, mi diverto per esempio a raccogliere storielle umoristiche. Tra poco uscirà pure il mio secondo libro!».

E ora vivi a Verona?
«Mia moglie è di Verona. Durante la leva ho conosciuto l’ospedale militare e quando sono tornato per allenare l’Hellas mi sono innamorato della città: è un museo a cielo aperto».

Erano gli anni di Pastorello…
«Dal 1998 al 2000. Pastorello, uomo divisivo in città, è stato un grandissimo manager avanti anni luce nella gestione aziendale. Faccio un esempio: lui aveva individuato Rino Foschi come d.s. e uomo in grado di fare da collante tra giocatori, staff e società. Il clima era perfetto. Un bravo manager sa delegare, un top manager sa individuare le persone giuste a cui delegare».

E di questo Verona cosa ne pensi?
«Voglio fare i complimenti a Baroni e Sogliano, stanno facendo un’impresa incredibile. A gennaio dicevo ai miei amici al bar: “Lasciate fare a Sogliano, è in gamba…”. Sean, con cui ho lavorato a Bari, ha trovato ragazzi fisicamente perfetti, tecnicamente validi e li ha pescati in prospettiva, non già di prima fascia. Qualora il Verona si salvasse, il valore di questi ragazzi si moltiplicherebbe…».

Ora ogni sfida è fondamentale. Alla prossima c’è la Fiorentina…
«Il mio cuore si divide tra Hellas e Fiorentina, dove ho lavorato cinque anni. Se devo scegliere, spero che vinca il Verona: la Viola deve pensare alla coppa, ormai il suo campionato è finito. Ai gialloblù invece servono punti».

Potrebbe servire una delle tue lezioni di mentalità?
«Il Verona ha la mentalità corretta: c’è unione tra società, dirigenti e staff. Questo legame dà fiducia e autostima ai ragazzi, e questa è una mentalità vincente! Personalmente metto il Verona tra le quattro migliori squadre del campionato: ha ribaltato ogni pronostico fatto a gennaio».

Invece un consiglio a livello fisico?
«Nel calcio moderno ci sono staff di preparatori che si dedicano al singolo giocatore. Non è più come una volta che un allenamento andava bene per tutti, adesso c’è il lavoro personalizzato. Credo però che le basse temperature di questi giorni facilitino le squadre del Nord…».

Visto che racconti storielle umoristiche, ce ne racconti una sulla tua esperienza all’Hellas?
«I miei racconti nascono sempre da episodi che noto nella vita di tutti i giorni. Io sono di Bergamo e quando allenavo a Verona avevo una macchina targata “BG”. Tra la tifoseria veronese e bergamasca c’è una certa rivalità e la mia targa non era passata inosservata agli occhi dei butei. Così, dopo un allenamento, a seguito di una brutta sconfitta, si avvicinò un tifoso che con fare minaccioso mi disse: “Quela targa lì, no la va mia ben! Bergamo…”. Neanche il tempo di pensare e risposi: “Ma quale Bergamo?! BG! Brigate Gialloblù”. A quel punto iniziammo a ridere tutti e due fino a perdere il fiato. Forse è anche questa ironia che mi fa sentire ancora più veronese».

Redazione

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2 Commenti
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Roberto
2 anni fa

Le comiche tanti quotidiani hanno strumentalizzato le parole di venturato ricordo che l’anno scorso che eravamo messi peggio di oggi la viola qui a verona ci ha rifilato un 4a0.

Commento da Facebook
2 anni fa

GRANDE!!

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