La Serie A 1984-85 è uno dei tornei più ricchi di talento di sempre. Platini guida la Juventus, Zico incanta a Udine e quell’estate Maradona sbarca a Napoli. Le grandi hanno rose costruite per vincere, e la mappa delle favorite non lascia spazio alle sorprese.
Oggi chi vuole capire come viene giudicata una squadra alla vigilia del campionato può consultare le quote, ad esempio nella sezione NetBet calcio scommesse, e farsi in pochi secondi un’idea di chi parte davanti e chi insegue. Nell’estate del 1984 il termometro era fatto di pronostici sui giornali e discussioni da bar. Difficilmente qualcuno avrebbe indicato il Verona come candidato al titolo.
Il Verona di Bagnoli
Eppure, quella squadra non nasceva dal nulla. Osvaldo Bagnoli era arrivato nel 1981 e aveva costruito un percorso per gradi: la promozione nel 1982, il quarto posto all’esordio in Serie A, il sesto nella stagione successiva, con due finali di Coppa Italia perse contro Juventus e Roma. Era una squadra solida, abituata a stare in alto, ma considerata da tutti una bella realtà di provincia più che una pretendente.
L’estate del 1984 porta due innesti stranieri destinati a cambiare la storia: il centravanti danese Preben Elkjaer e il tedesco Hans-Peter Briegel, un esterno con la potenza di un mediano. Attorno a loro c’è un gruppo che i tifosi recitano ancora come una filastrocca: Garella tra i pali, Tricella in difesa, Di Gennaro a dettare i tempi, Fanna sulla fascia, Galderisi in attacco. Quella stagione, per la prima volta, gli arbitri vengono assegnati per sorteggio, seppure non integrale. È un dettaglio che negli anni ha alimentato molte discussioni, ma che non basta a spiegare la qualità di una squadra capace di fare la differenza sul campo.
La fuga e le prove di forza
Già alla prima giornata, il 16 settembre 1984, il Napoli di Maradona appena arrivato sperimenta la concretezza della squadra di Bagnoli. Il Verona si prende la vetta nelle prime giornate e non la lascia più, se non per una sola giornata a metà torneo, quando l’Inter lo aggancia. Chiude il girone d’andata da campione d’inverno con appena sei gol subiti. In autunno arriva anche l’immagine simbolo di quella stagione: Elkjaer che, contro la Juventus, va in gol dopo aver perso una scarpa nel contrasto.
È tra febbraio e marzo che il campionato smette di essere un sogno. Il Verona supera indenne una serie di partite decisive, compreso lo scontro diretto con l’Inter al Bentegodi. Da lì in avanti la parola scudetto smette di essere un tabù, e la squadra gestisce il vantaggio con la stessa calma del suo allenatore.
Bergamo, 12 maggio 1985
All’Atalanta basta un pareggio. Lo firma proprio Elkjaer, e a Bergamo esplode la festa di migliaia di veronesi. I numeri finali raccontano una cavalcata quasi perfetta: 43 punti in un’epoca in cui la vittoria ne valeva due, 15 successi, 13 pareggi e soltanto due sconfitte, contro Avellino e Torino. La difesa è la migliore del torneo con 19 reti incassate in 30 partite. Il Torino chiude secondo a quattro lunghezze, l’Inter terza a cinque. Una settimana dopo, il 19 maggio, il Bentegodi celebra lo scudetto con un 4-2 all’Avellino. A fine anno Elkjaer sarà secondo nella classifica del Pallone d’Oro, alle spalle del solo Platini.
Perché resta irripetibile
A rendere unica quella stagione non è soltanto il risultato, ma il contesto in cui è maturato. Il calcio di oggi, con la distribuzione dei diritti televisivi e le differenze economiche tra le società, rende uno scudetto di provincia un’ipotesi quasi teorica. Le squadre medie possono puntare all’Europa, raramente al titolo.
Ecco perché il Verona di Bagnoli resta un punto di riferimento che va oltre i confini della città, e perché chi segue ogni giorno le vicende gialloblù su Calcio Hellas continua a tornarci con la memoria. Quella stagione ricorda che organizzazione, lavoro e un gruppo costruito con intelligenza sono riusciti, almeno una volta, a battere i pronostici di un intero campionato.


