Intervenuto ai microfoni di Hellas Channel per la rubrica Visti da vicino, Adi Kurti si è raccontato ai microfoni del canale ufficiale del Verona, raccontando come si diventa un pilastro della difesa gialloblù.
Di seguito, dunque, le principali dichiarazioni del classe 2006.
L’ARRIVO AL VERONA. «Dopo la stagione alla Sampdoria, dove mi sono ambientato con l’Italia e l’italiano, mi ha chiamato l’Hellas, così sono venuto qui ad allenarmi per sei mesi. A Verona ho trovato da subito una seconda casa, sia a livello di vita che a livello professionale. A causa di alcune problematiche amministrative che mi impedivano di giocare, a gennaio sono passato all’Empoli. Lì non è stato facile l’adattamento, poi la situazione è migliorata, ma non mi sentivo come qui e così alla fine quest’estate sono tornato».
MODELLO DI GIOCO. «Mi sono molto responsabilizzato grazie a mister Sammarco, perché essendo il centrale dei tre difensori devo parlare molto, aiutare tutti i ragazzi e in particolar modo quelli che hanno meno esperienza. All’inizio non è stato facile, perché ancora dovevo conoscere bene i miei compagni, ma ora che abbiamo imparato a conoscerci è tutto più semplice».
IL CARATTERISTICHE. «Penso di essere un buon leader in campo e faccio del fisico la mia forza e infatti nei duelli fisici, negli uno contro uno, è difficile superarmi. Devo invece migliorare nei primi passi dello scatto, nella velocità e nel mio piede debole, il sinistro».
IL PRIMO GOL. «Quella contro la Roma è stata una partita bellissima, tosta e difficile, che è arrivata anche in un periodo di festività. Abbiamo corso tanto, loro sono molto forti, ma abbiamo avuto qualcosa in più. Il mio gol è stato bellissimo, era il mio primo in Primavera. Ripensando a tutti i sacrifici fatti fino a quel momento e al mio percorso, quando tutti i compagni sono venuti ad abbracciarmi mi sono messo a piangere».
L’ESEMPIO. «Qui al Verona un mio riferimento è stato sicuramente Kumbulla. Lui è un giovane albanese che, come me, è passato dalla Primavera fino alla prima squadra e per me è sicuramente un esempio da seguire. Della squadra attuale mi piace Coppola, un difensore fisico, giovane, nel quale mi rivedo come caratteristiche».
LA NAZIONALE. «Giocare con la maglia del proprio Paese è sempre un’emozione indescrivibile che non si riesce a spiegare e che ti sprona a dare sempre il massimo. Quando torno in Albania per giocare, vengono sempre tutti a vedermi, dalla famiglia agli amici, ed è una spinta in più. Essere capitano da tre anni è un ulteriore fattore: bisogna aiutare tutti, anche i ragazzi che magari parlano poco albanese. A volte è come essere un secondo mister perché, se l’allenatore rimprovera qualcuno, tu devi essere quello che lo tira su di morale».


